Departures è uno di quei film che non ti aspetti. Insomma, uno va al cinema incuriosito dal premio Oscar per il miglior film straniero 2009, aspettandosi però il polpettone orientale del Kim Ki Duk o del Takeshi Kitano di turno, ma non è così.
Daigo Kobayashi è un giovane violoncellista la cui orchestra viene però sciolta per mancanza di pubblico: decide quindi di tornare con la moglie (la carinissima Ryoko Hirosue) nel proprio paese natale, dove ha una casa lasciatagli in eredità dalla madre. Attirato dall’annuncio dell’agenzia NK “assistiamo coloro che partono per dei viaggi”, si presenta al colloquio di lavoro, ma scopre ben presto che non si tratta di viaggi qualsiasi: diventerà -non senza ripensamenti- un tanatoesteta, ossia colui che si occupa di donare ai defunti la bellezza e la serenità per affrontare il loro ultimo viaggio.
Ciò che colpisce della pellicola non è certo la trama, che pur essendo interessante si svolge in maniera molto lineare e non presenta particolari colpi di scena: la grandezza di Departures sta nel saper cogliere elementi sia dal cinema orientale che da quello occidentale, e nel fonderli con eccezionale maestria. Un esempio su tutti è il tema centrale della pellicola, ossia la morte, qui dipinta sia con grande rispetto e timore nell’”esotica” ritualità degli armoniosi gesti del tanatoesteta, sia con un’ironia che è tabù per la cultura giapponese (ed in effetti il film si concede di strappare allo spettatore più di qualche sonora risata).
Questa dualità si può cogliere anche nell’attenta regia di Yojiro Takita, nella poeticità delle inquadrature e nella curatissima fotografia, nell’impeccabile colonna sonora (ricca di inserti di musica classica) del sempreverde Joe Hisaishi: in effetti il suono, che sia un’evocativa melodia suonata al violoncello o un lungo silenzio pieno di riverenza, è il secondo grande protagonista della pellicola. Tuttavia Departures non è per nulla il tipico film alla Kim Ki Duk tutto silenzi e sguardi (da confrontare con L’Arco, che tratta di temi affini, ndm), ed anzi proprio nella cura per i dialoghi si ritrova il già discusso sincretismo fra le due concezioni opposte del cinema: consigliatissimo -proprio per questo- anche a coloro che in genere il cinema asiatico non lo digeriscono proprio.
Un film molto bello e che ha meritato l’Oscar come miglior film straniero. Secondo me l’unica pecca è talvolta le ripetitività delle scene, ma questo ci sta. Da vedere.
L’ho visto a udine in premiere al FEFF, e mi ha commosso. Quasi sempre il cinema asiatico è molto più coinvolgente e intimo di quanto non sia quello occidentale. Bellissimo a mio parere